Alex Del Piero World© Blog
Una passione nata 14 anni fa, impetuosa e improvvisa.
Un amore che ha resistito alle avversità, ha sofferto lottato, è caduto e si è rialzato insieme al suo grande campione, colui che la maglia numero 10 la porta con la classe di un Principe, colui che porta una fascia di Capitano al braccio con grande fierezza, colui che ha toccato il cielo di Berlino con un dito e addosso solo una maglia azzurra.
Un blog dedicato ad Alex Del Piero.
Addaci su MSN: alexdelpieroworld@hotmail.it
|
Home » libriTag correlati: juventus, tutto alex, alex news, il capitano torna a ruggire, notizie sportive, eventi, by tuttosport, curiosita, ale e la tv, iniziative, pensieri e parole, amici di ale
martedì, 08 maggio 2007, 17:24
| |
SAN MAURO PASCOLI - Gino Stacchini, terribile ala sinistra della Juventus per dodici stagioni (dal 1954 al 1967) e della nazionale, ha donato ad Alessandro del Piero il suo libro di poesie fresco di stampa, “Lo scatto dell’ala” (Edizioni Damiano). La consegna è avvenuta domenica scorsa presso l’Hotel Casali di Cesena, sede del ritiro della Juventus. Presente anche il sindaco di San Mauro, Gianfranco Miro Gori che ha scritto la prefazione del libro.
Si è trattato di un incontro tra due campioni che hanno scritto la storia del calcio – sommando i loro trofei hanno vinto ben 9 scudetti - le cui vite si sono incrociate a Padova quando Stacchini, insieme a Sandreani, ha allenato il giovanissimo Del Piero. Legame che tra i due non si è mai spezzato e nei giorni scorsi a Cesena si è nuovamente incrociato. Motivo: il libro di poesie Stacchini, da tempo dedito ai versi dialettali, parole che ha deciso di raccogliere nel volume “Lo scatto dell’ala”.
Accompagnato da una serie di foto, il libro mette in versi giocatori juventini che hanno accompagnato la carriera calcistica di Stacchini: Omar Sivori, John Charles, Giampiero Boniperti, Bruno Mora, Luis Del Sol e tanti altri. A tutti loro è dedicata una poesia, rigorosamente in dialetto romagnolo. In occasione della consegna di domenica scorsa Stacchini ha anche realizzato una poesia dialettale in rigorosa rima dedicata proprio a Del Piero.
fonte: Romagnaoggi.it
mercoledì, 21 febbraio 2007, 12:21
Tutte le top Ten di Del Piero
Ancora qualche curiosità sul libro di Alex già in vendita in tutte le librerie.
Il capitano della Juve si scopre scrittore e si racconta in un libro (10+) in cui attraverso le classifiche svela gusti, amori, curiosità. Tra i colleghi che avrebbe voluto al fianco Beckham batte Maradona

MILANO, 20 febbraio 2007 - L'idea è presa in prestito da "Alta fedeltà", romanzo dello scrittore inglese Nick Hornby, fanatico dell’Arsenal e autore anche di "Febbre a 90°", testo sacro del calcio. In "Alta fedeltà", uscito nel 1995 e storia di un ragazzo che dirige un negozio di dischi, Hornby faceva abbondante uso di rock e "sparava" di continuo classifiche a 5 posizioni (top five sui più svariati argomenti. Alessandro Del Piero elabora qualcosa del genere in 10 +, il libro che ha scritto per Mondadori. Pagine zeppe di graduatorie, a 10 posti però, perché 10 è il numero guida, chiaro.
BECKHAM SI’, MARADONA NI -10 + non è la solita autobiografia. È un testo miscelato bene, ricco di curiosità e preferenze che spiazzano. Si prenda la playlist dei dieci calciatori "con cui avrei voluto giocare". Al primo posto David Beckham, al 10° Diego Maradona. Smarrimento iniziale — lo Spice Boy dieci volte meglio del Pibe —, poi la riflessione: ha ragione l’autore, che c’avrebbe azzeccato Ale con Maradona? Nei 10, comunque, non ci sono né Baggio né Platini.
SINCERITA’ - La top ten dei valori fondamentali: primo il rispetto, poi buona lena, un pizzico di egocentrismo, esuberanza... L’amore — la scelta più nazional-popolare e ruffiana che si sarebbe potuto compiere — figura all’ultimo posto e questa preferenza collima con quella operata alla voce "coperte di Linus", nel senso delle persone o cose di cui non si può fare a meno. Qui comanda il pallone inteso come attrezzo ("Feticcio e portafortuna"), tallonato dalla casa, il vero porto-rifugio. La moglie Sonia non va oltre il bronzo, è terza. Del Piero italiano anomalo, per niente pizza e mandolino. Per trovare la mamma, totem di ogni esemplare maschio del nostro Paese, bisogna scendere fino all’ottavo gradino ("Sapere che lei è sempre lì a casa, che certe cose non cambiano mai"). E proprio la pizza è solo 4ª tra i piatti preferiti, battuta da patatine fritte, pasta in bianco e arrosto. Sfiziosa la lista degli odori: Ale gradisce la puzza di benzina (4ª posizione) e il quasi profumo "che c’è nell’aria dopo una nevicata" (7ª), ma la medaglia d’oro va all’aroma del "grasso sugli scarpini".
PUNIZIONI - Un po’ di reticenza traspare alla voce "i 10 segreti delle mie punizioni". Del Piero non svela la sua tecnica. Non ci dice con quale parte del piede calcia e come. Numero 4: "La mia esecuzione è un tiro forte, che passa sopra la barriera e poi si abbassa all’improvviso". Numero 6: "La distanza ideale è fra i 20 e i 25 metri". Numero 7: "Io guardo solo il pallone e decido come tirare". Numero 8: "La rincorsa è di 4-5 metri, non lunghissima, ma è importante, come la scioltezza del corpo". Vabbé, Ale, ma la meccanica del tuo magnifico destro a girare è un segreto di Stato?
CANZONI - Da urlo le prime tre caselle dei "10 dischi dai quali non mi separo mai". Numero 1: The Joshua Tree, U2. Numero due: (What’s the story) Morning Glory?, Oasis. Numero tre: How to Dismantle an Atomic Bomb, ancora U2. Bono, The Edge e gli altri due più gli Oasis dei fratelli Gallagher che sconvolsero il brit-pop anni Novanta. Ci piace l’idea che Del Piero festeggi un gol fischiettando Where the streets have no name (U2) o baci Sonia con Wonderwall (Oasis) nella testa.
RIVELAZIONI - Non solo classifiche, 10 + registra confidenze. Si scopre che nella terribile estate del 2006 Ale meditò di lasciare la Juve per andare all’estero, ma non al Manchester United. No: "Pensavo a una piccola squadra, in una bella città con una bella tifoseria, un bello stadio". Un Del Piero amabilmente low profile. E che nel primo capitolo ("Quel momento lì") spiega come il genio lo coglie: "C’è un momento di profonda solitudine, quando stai per fare una cosa e i tuoi avversari non sanno cosa farai, e soprattutto non lo sai ancora neanche tu: lì il calcio non è più uno sport di squadra e sei solo con la palla che sta arrivando. (...) Diventi quello che fai, sparisci nel tuo gesto. Sono momenti di grazia assoluta".
Grazie a Sebastiano Vernazza
lunedì, 19 febbraio 2007, 19:21
Show di Alex da Fazio a “Che tempo che fa” tra battute e stoccate
«Torniamo in A: è un ordine»

Del Piero punge: «Non siamo noi l’Inter della B, sono loro la Juve della A»
Su Baggio silurato nel 2002: «Io ho giocato perché lo meritavo...». Un autentico spasso quando spiega come ha imparato a tirare le punizioni. «Ci voleva il ritorno di Ronaldo»
MILANO. Dribbla i tifosi fuori dagli studi Rai manco fossero birilli crotonesi, immaginando però che siano difensori di serie A, come quelli ridicolizzati ieri l’altro da Ronaldo: probabilmente, era per fare le prove del ritorno con la Juventus nel football d’elite. «Riuscirci è un ordine, non una speranza» dirà poi a Fabio Fazio, l’unico avversario che stavolta era disposto a fronteggiare, a parte la Littizzetto
che gli avrebbe poi palpato il didietro («la cosa più bella di Alex? Il culo: è una forma di parmigiano, gliel’ho toccato tre volte...»). Ma braccato tra i corridoi di corso Sempione, ha dovuto inchinarsi almeno alle telecamere della Ds padrona di casa. Che tempo che fa? Massì che butta al bello, Alex. «Sono in gran forma, sì. Ma l’unica cosa che ho in testa è tornare in A». In realtà ne ha parecchie altre, e non solo quelle scritte sul libro: divulgate live in prima serata sul terzo canale da questo 10 sempre più elevato all’ennesima potenza, anche quando in seconda di copertina firma autografi ai tecnici della tv di Stato, che lo accerchiano mentre Sonia si accomoda in platea. Per esempio, riflette su Ronaldo. «Sono molto felice che sia tornato: pure al gol. Dev’essersi feeling con lui: la sua doppietta è coincisa con la mia tripletta... Ci vuole, un personaggio così. Gli do appuntamento all’anno prossimo, in un Juve-Milan vecchio stile, quelle partite ai massimi livelli che ora a noi sono vietate. Vero, la B per certi versi è divertente (a Fazio spiegherà che «è bello giocare di giorno, quando nasce il calcio per un ragazzino») ma per noi è un’anomalia: cosa strana, triste, da cancellare subito. Come le porte chiuse, perché il pallone è stare con la gente». Quindi, pensierini sulla ex Beneamata. «Non dite che siamo noi l’Inter della B. Sono loro, la Juve della B». Voleva dire della A, ma il senso è chiaro uguale. «Sembrano davvero la Juve degli anni passati». Campionato chiuso. «Chiuso non si dice mai. Chiaro, hanno un tale vantaggio di punti e di forza... La verità è che a quest’Inter sta andando tutto bene. E sì, vinceranno senza problemi ». Nemmeno ha il retrogusto di gufata, ormai.
Ce l’ha un poco di polemica invece la risposta su Baggio, che per il quarantennale ha adombrato oscure manovre parajuventine atte a silurarlo per il Mondiale 2002. «Non è un problema mio. Lui ha espresso il suo pensiero, basta. La cosa non mi riguarda: perché tutto ciò che ho fatto me lo sono meritato. Se ho ancora voglia di Nazionale? Sì». Meno male che aveva appena inviato a Roby un messaggio d’auguri tramite Ansa («abbiamo sempre avuto un rapporto di grande correttezza, tra noi c’è ancora rispetto e stima»). In quanto ai suoi, di quarant’anni, «massì, è stata una battuta: uno più, uno meno... Certo se continuo a star bene così, con la passione grandiosa che mi lega al calcio, posso dare ancora tanto». Alla faccia di calciopoli, dove «s’è voluto colpire solo una, due, tre persone quando si parlava di sistema: un po’ improbabile, no?». Sì. Come le sue classifiche letterarie, dove giammai l’1 conta più del 10.
Siparietti con Fazio. Tra aneddoti sul divano di casa usato a mo’ di barriera per imparare a battere le punizioni con tanto di radiocronaca immaginifica («segnavo e vincevo sempre, al 92’...») e coriandoli lanciati a Venezia «con la sensazione impagabile di non essere riconosciuto sotto la maschera». Tra memorie di 126 bis, blocchi della polizia sfrecciando nello Yucatan con Sonia, cedimenti alle patatine fritte e ironie sul passerotto. Prima che piombasse l’ultrà Luciana per sedurlo «spalmandomi due gocce di bagna cauda». Con i piedoni tatuati di lui che si alternano ai piedini deliziosi di lei, cazzeggiando tra tette e mutandine. Sereno mai variabile, è il tempo con Del Piero.
www.tuttosport.com
venerdì, 16 febbraio 2007, 00:30
L’INTERVISTA Il capitano progetta il futuro suo e quello della squadra
«Juve, risorgiamo subito»
Del Piero: « Sto con Buffon, spero che costruiscano una squadra competitiva»
«Non far partire Camoranesi e Trezeguet?
Egoisticamente dico che è stato un bene: siamo più forti. Il resto è affare della società.
Deschamps non è in difficoltà, lo siamo tutti» «Il ritorno di Lippi mi farebbe effetto, ma non so se si realizzerà e non ci ho ancora pensato. La nostalgia di chi è andato in Spagna non mi stupisce: l’Italia resta il top»
ALESSANDRO Del Piero come dobbiamo chiamarla? Calciatore di successo, futuro dirigente, oppure scrittore?
« Siccome ho intenzione di giocare ancora per otto o nove anni, sicuramente calciatore. A fare il dirigente non ci penso e quanto allo scrittore, beh, giudicherà il pubblico dei miei lettori se sono stato efficace » .
Lei adesso ne ha quasi 33, di anni, complimenti per l’ottimismo.
« Vedremo di quanto mi sbaglio. E poi ne ho appena compiuti 32 » .
Tra l’altro, il suo contratto scade nel 2008: un messaggio ai naviganti di corso Galileo Ferraris. Si aspetta una telefonata?
« Noooooo. Il rinnovo non è prioritario » .
Eppure il giorno della Befana, a San Siro dopo il Trofeo Berlusconi, un po’ si è infuriato. Tutti a coccolare Buffon, a raccomandargli di non andarsene e di Del Piero nulla, nemmeno un accenno. Gelosia?
« Mi spiego subito. Sotto il profilo calcistico, il mio orgoglio è ai massimi livelli. Non trovo carino che si ragioni attraverso stereotipi: tanto Del Piero c’è... No, attenzione, Del Piero - come Nedved - ha aderito al progetto di rilancio della Juventus con grande entusiasmo, però i miei, i nostri ragionamenti, sono i medesimi di quelli degli altri. Di Buffon, di Trezeguet, di Camoranesi. Vogliamo una squadra che sia capace di essere subito competitiva, che abbia una prospettiva vincente. Del Piero non è scontato. Detto questo, è comprensibile che ci sia uno scrupolo particolare per Gigi » .
Dunque rimane fedele alla Juventus nei secoli dei secoli...
« Rimango, sì. Io arrivo da otto anni in cui sono stato massacrato, in cui qualcuno sosteneva che non potessi disputare due partite la settimana e che ne reggessi appena una ogni quindici giorni. Di questi otto anni, gli ultimi due sono stati di pura denigrazione, anche se alla fine credo contino i numeri, cioè i gol, e le prestazioni. Dato che non ho avuto giustizia, se c’è l’occasione ora ricordo, sottolineo, evidenzio...
» .
Legittimo, per carità. Aperta parentesi, il suo amico Capello è in crisi: sorpreso?
« Sì e no » .
Perché sì?
« Perché con i giocatori che ha a sua disposizione e che reputo... discretamente forti, è davvero curioso vederlo faticare » .
Perché no?
« Perché le vittorie in campionato hanno nascosto alcuni limiti, per esempio è accaduto anche a noi l’anno scorso e due anni fa di fare molta, ma molta fatica in Champions League » .
Sia sincero, ha più nostalgia o più invidia della serie A?
« Nostalgia, ovvio. Ho avuto modo di assaggiare parecchie volte il piatto del nostro campionato e non riesco a provare invidia. Anche perché, onestamente, mi pare che la serie A sia più povera. E non lo sostengo io, che sono chiaramente di parte, bensì la maggioranza degli osservatori neutrali » .
Un doloroso salto indietro: a distanza di sei mesi, cosa è rimasto di Calciopoli?
« L’unica certezza è la Juventus scaraventata in serie B. Stop. Sì, poi qualche penalizzazione, ma le squadre sono rimaste in serie A e stanno meglio di noi adesso » .
Nel suo libro parla esplicitamente di calcio sporco...
« Ci sono tante situazioni che non si capisce come siano finite. Anche le indagini, che non considero insabbiate, ma delle quali si sono smarrite le tracce... Alla fine la Juventus è stato l’unico caso sul quale è stato fatto un approfondimento mediatico e giudiziario » .
Si può già stilare un bilancio di Calciopoli?
« Non lo so. Ci sono ancora delle inchieste della magistratura in corso, quindi direi di no. Personalmente, di fronte allo scandalo di quest’estate, la mia reazione emotiva è doppia. La prima mi porta a pensare che, sì, ci sono stati dei casini, è giusto mettere una pietra sopra e cercare di ripartire il più in fretta possibile, che è poi la linea ufficiale della Juventus. La seconda, invece, induce a una riflessione più amara: di casini ce ne sono stati pure altri e su questi non si è indagato abbastanza. Alla fine è seccante » .
C’è qualcosa che la disturba?
« Il processo per abuso di farmaci, che ha coinvolto il nostro medico e l’ex amministratore delegato Giraudo. E’ dal 1998 che mi girano le scatole. Passo per drogato e per dopato. Io non accetto anche solo che si paventi il dubbio. Così mi girano, mi girano... » .
Quale effetto suscita in lei sentire che qualcuno accusa l’Inter di godere dei soliti “aiutini”?
« E’ quello che è sempre accaduto, non è mica nulla di nuovo. Nella stagione del successo, dei trionfi, funziona tutto a favore. E scendo nello specifico » .
Scenda...
« Gli arbitri involontariamente ti danno una mano, la coesione tra società e giocatore è perfetta, tutti sono in forma nel momento giusto. E poi, la legge viene cambiata in corsa e consente di rendere possibile ciò che prima era impossibile, magari non controllano bene nemmeno i passaporti. Ecco, è quello che è sempre accaduto » .
Effettivamente, tutte le grandi squadre, quelle che danno origine a veri e propri cicli, finiscono per essere accusate di ricevere aiuti...
« Giustissimo, questione di cicli. Quello del Milan dura da vent’anni, il nostro è durato quindici. E una squadra cinque volte finalista in una competizione europea non può essere figlia del caso. Anche perché in Europa non mi pare che avessimo gli arbitri dalla nostra: abbiamo perso una finale di Champions per colpa di una svista arbitrale! E poi quella Juventus ha costituito l’ossatura della Nazionale per tanti anni, compreso quello del Mondiale. Tutto figlio del caso o degli aiutini? » .
Durante questa stagione spesso l’abbiamo osservata protestare vivacemente con gli arbitri per decisioni non condivisibili...
« Si vede che giocando di più
( sorride), mi capita di avere più tempo per arrabbiarmi con loro » .
Deschamps sostiene che sia inevitabile dover fare i conti con la prevenzione dei direttori di gara dopo tutto ciò che è accaduto tra maggio e agosto.
« Credo che nei nostri confronti ci siano stati atteggiamenti di tutti i tipi: arbitraggi duri oppure collaborativi, inflessibilità e disponibilità. Anche se vale la pena ricordare che siamo oltre la metà del campionato e non ci hanno dato neppure un rigore. E qualche volta in area ci entriamo... » .
Torniamo a Capello e al Real Madrid. Molti illustri emigranti non disdegnano la prospettiva di rientrare in Italia. Perché?
« Il presupposto fondamentale è che casa tua è sempre casa tua. E a mio parere l’Italia è il paese più bello del mondo. Uno ne apprezza i lati positivi nell’istante in cui è lontano e comincia a vedere il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto, a rimpiangere abitudini e vizi » .
E’ il motivo per il quale non ha mai accarezzato l’idea di cambiare città?
« Anche. Torino rappresenta un buon mix di cose gradevoli, si vive ottimamente, c’è rispetto, si lavora senza assilli, si può andare al cinema e non essere presi d’assedio dalla gente. Io sono qui da quattordici anni, ho amici, affetti, consuetudini consolidate. Torino è casa mia » .
Non tutti la pensano come lei. E a proposito, è stato producente trattenere Trezeguet e Camoranesi che non hanno mai fatto mistero di volersene andare?
« Dal mio punto di vista, che è molto egoistico, rispondo sì. Perché David e Mauro sono un supporto tecnico importante.
Poi è innegabile che loro con la società abbiano sviluppato considerazioni diverse e rispettabili. Considerazioni che, in quanto giocatore, non mi appartengono » .
Deschamps è in difficoltà?
« Allargo la risposta, non la circoscrivo all’allenatore. Noi non attraversiamo un momento straordinario, fatichiamo a spiccare il volo, il 2- 2 di Vicenza è sintomatico. Ma le asperità vanno prese per quello che valgono e per essere superate. Si va, anzi si deve andare avanti » .
L’ipotesi dell’ennesimo ritorno di Marcello Lippi cosa le suggerisce?
« Non ci ho mai pensato seriamente. Mi farebbe effetto rivederlo sulla panchina della Juventus, insomma sarebbe abbastanza strano » .
Strano significa che non succederà?
« Non ho detto che succederà o non succederà, non lo so. Ho detto che sarebbe strano, è diverso » .
WWW.TUTTOSPORT.COM

Del Piero, 32 anni, durante l’intervista: «Spero che ricostruiscano subito una grande squadra» (Giglio)
domenica, 28 gennaio 2007, 03:21
Esce l'autobiografia di Del Piero
 |
|
ALESSANDRO DEL PIERO
|
«Con Capello non sarei
rimasto: meglio l’estero
una città bella e piccola
con un piccolo stadio»
A inizio febbraio uscirà «10+», l’autobiografia di Alex Del Piero (edita da Mondadori). Dagli esordi al grave infortunio, dal trionfo dei Mondiali a Calciopoli, il filo conduttore è il numero 10. Ecco uno stralcio del sesto capitolo.
Parlo soprattutto di quei dieci giorni che hanno cambiato la mia vita. C’è stato un momento in cui ero pronto, con le valigie in mano: se rimaneva Capello, io dovevo andare via, perché non esisteva tra me e lui un rapporto tale da motivarmi per un altro anno. Io ci avevo investito, forse leggendo male alcune situazioni, avevo investito su di lui come allenatore, su questa società, sul fatto che comunque mi sentivo bene, ed ero rimasto un secondo anno; però era inevitabile che il terzo, a quelle condizioni, non ci sarebbe stato, né in B né in A.
Non dico che stessi già cercando casa ma, insomma, intimamente avevo già preso una decisione molto dolorosa, che era quella di andare via da Torino. Anzi, di andare all’estero, per rispetto di una idea di me stesso, non solo per rispetto verso i tifosi e la società; avrei cambiato campionato, sì, per cogliere l’opportunità, a quel punto, di fare un’esperienza veramente nuova: cambiare lingua, paese, usi, costumi, e vivere il calcio in maniera diversa. (...)
Non pensavo a una grande squadra, pensavo a una piccola squadra: una piccola squadra con delle ambizioni, in una bella città, con una bella tifoseria, un bello stadio. Una squadra piccola i cui tifosi non avessero nemmeno mai immaginato tutti gli allori dai quali io provenivo. (...)
Considerando poi che io sono juventino da quando ero piccolo, e mentre giocavo le mie prime partite, alla domenica, nelle pause chiedevo sempre cosa stava facendo la Juve - e se vinceva me ne caricavo come se stessi già giocando con quella maglia -, si può capire quanto possa essere attaccato a questi colori. E poi il rapporto con Torino, la città dove sono arrivato a diciotto anni e dove sono diventato un uomo, dove ho comprato la casa e me la sono modellata addosso negli anni, dove stanno gli amici che frequento, la città dove è nata mia moglie; anche quello è un valore enorme, nella carriera di un professionista, perché non sono molti i calciatori che, nel corso di una carriera ad alto livello, abbiano potuto piantare radici profonde come le mie. Avrei perso anche quello. E tuttavia, quella decisione l’avevo presa, il che da solo dice tutto riguardo ai miei rapporti con Capello.
Non si può tornare dove si è già
Lo so, c’è chi sostiene che io dovrei ringraziarlo, Capello, perché utilizzandomi come mi ha utilizzato negli ultimi due anni mi ha permesso di tornare ad alti livelli. Ma io non devo ringraziarlo, perché non è così. Io con lui non sono tornato ad alti livelli, io a quei livelli c’ero anche prima, e non si può tornare dove si è già. E’ questo che non riesce a capire chi dice così. (...)
Quando sposo una causa - e qui la causa era la Juventus -, io penso che giovare a quella causa diventa automaticamente il mio impegno. Quindi sono tenuto, fra l’altro anche come capitano della squadra, a dare qualsiasi segnale positivo per ottenere il massimo da qualsiasi situazione si venga a creare; e se ci sono cose che a me non vanno giù, sono tenuto a regolarmi interiormente per accettarle, di modo che, almeno sino a fine stagione, il mio avversario non sia interno, ma soltanto esterno (...) Criticare pubblicamente le scelte del proprio allenatore, a stagione in corso, non è compatibile con questo mio principio, e perciò non l’ho fatto, né lo farò mai, per quanta fatica mi possa costare.
Achille non ringrazia Agamennone
Ed ecco perché è nata la storia di Achille, tra parentesi. E’ stata una specie di fantasia, di «autoispirazione», con la quale ho cercato di trasformare il mio stato d’animo, da negativo che era, in positivo. Insomma, la metafora è chiara: la guerra alla fine, gli Achei l’hanno vinta, e, malgrado i contrasti con Agamennone, Achille è stato decisivo. Poiché io mi sento, sotto molti aspetti, un solitario, come lo era Achille. Però, alla fine, Achille non ringrazia Agamennone.
E insomma ero lì con le valigie in mano, la scorsa estate, ero veramente pronto a cambiare squadra, e invece poi si è ribaltato tutto: se n’è andato Capello, io ho vinto il Mondiale, e sono rimasto alla Juve - anche in B, anche con la penalizzazione pesante -, e ora sono molto sereno.
Sereno - l’ho sempre detto, e lo ripeterò sempre - ma senza mai smettere un solo istante di sentirmi addosso anche lo scudetto dell’anno scorso, che abbiamo vinto sul campo, nettamente, meritatamente e senza discussioni.
Dopodiché sono state prese delle decisioni e lo scudetto è stato cucito su un’altra maglia; ma io non ho mai smesso di sentirlo mio, e ora che la Juve gioca in serie B lo sento mia ancora di più, perché la retrocessione ha spazzato via da noi ogni ambiguità.
Ora l’ambiguità è sicuramente altrove, e se molti dicono che il mondo del calcio italiano, nonostante i processi e le condanne, non è affatto cambiato ma è rimasto praticamente uguale, bè, io so che di certo non stanno parlando di me, perché noi della Juve siamo i soli per i quali, invece, è cambiato tutto.
Per me, ora, è tutto nuovo, e le differenze non investono solo i dettagli ma la sostanza stessa dello sport che faccio.
E ora sono «dentro»
Sì, sembrerà un paradosso, ma devo dire che questo campionato di serie B è un po’ la situazione perfetta, per me. Rappresenta un ritorno reale, e non solo mentale, al calcio delle origini: allenamenti con continuità senza trasferte infrasettimanali, possibilità di preparare ogni gara con grande cura; una partita a settimana, e di pomeriggio, cioè con la luce naturale (...) In fondo, per me giocare in B significa ritrovare la mia giovinezza, e questo è un grande privilegio (...) Ma soprattutto è fantastico sapere che non mi sveglierò mai da questo sogno, perché è vero, è tutto vero: sono campione del mondo, gioco in serie B con la mia squadra, col mio 10 sulla schiena, e sono dentro.
|